domenica 21 gennaio 2018

FACCIAMO IL PUNTO - ma non la croce - sul #Cognome Materno ai Figli in Italia




All’attenzione di chi è avvezzo a prestarne
di Iole Natoli

Con lo scioglimento delle Camere, il poco gradito DdL 1628 è caduto. La Proposta “Disposizioni sul Nome della persona e sul Cognome dei coniugi e dei figli”, ispirata alle sentenze della CEDU e della CONSULTA e a cui qui si rimanda (link), potrebbe invece riscuotere consensi.  






“Il cognome materno? Ma che bisogno c’è di fare una legge, a me sta bene così!”,
scriveva un tale poco tempo addietro intervenendo in un gruppo di FB, dopo avere rimesso in sesto i suoi occhi che nel leggere di una proposta di legge al Senato erano andati a convergergli sul naso.
Gli sta bene? Ma che strano! I suoi figli, se per caso ne ha, portano il suo.
“Eh? Cosa? Ma spiegatemi un po’: un figlio dovrebbe prendere due cognomi, suo figlio quattro, ognuno dovrebbe portarsi dietro quello di nonne e bisnonne, solo per dare visibilità alle madri?”, obietta deridendo un’altra voce. Di un uomo? No, di una donna.
Dobbiamo dircelo con franchezza, purtroppo. Non tutte le donne hanno avuto fin qui consapevolezza di ciò che abbia significato e significhi per loro stesse e per i loro figli la soppressione del cognome materno.
Rassicuriamo la signora in questione invitandola a leggere i testi delle proposte in cui si spiega come, quando e perché i cognomi non saranno mai più di due. Basterà? Non è detto, perché circolano intere nebulose di asserzioni abitualmente infondate.
«Ma che mi dici mai! La cognata della cugina della signora che abita al piano di sopra ha dato
cinque anni fa anche il suo cognome a suo figlio e gliel'ha dato proprio alla nascita, veh!».
E ancora: «Si può fare di già, non c’è nessun bisogno di una legge!».
Il bisogno invece c’è ed è anche necessario ed urgente darvi risposta in maniera appropriata.

Il bisogno lo avvertono quelle donne che, diversamente dalla signora citata, si sentono subito dopo il parto bruscamente estromesse, a forza di legge, da quel legame intimo e naturale che le aveva unite al proprio figlio, se il padre del pargoletto è in disaccordo.
Lo avvertono quelle donne che, nell’ambito di un’unione ormai scissa, vivono con un figlio che non porta il loro cognome, sentendosi obbligate a dimostrare, in svariate occasioni, che quel bambino non è per loro un estraneo.
Lo avvertono i bambini che si trovano a vivere in un nucleo familiare in cui la madre ha un nuovo marito o compagno e che non hanno un cognome che li leghi agli adulti di casa;
lo avvertono ancor più fortemente quei bimbi che vivono in una nuova famiglia in cui son nati dalla stessa madre altri figli, a cui non sono collegati da niente.
In tutti questi casi, i bambini soffrono quotidianamente per una discriminazione che li esclude (sempre per via di madre e non di padre), grazie a quella nota tradizione testarda, la cui tenacia nel non scomparire dalle



disposizioni giuridiche ha condotto la retrograda Italia a ricevere nel 2014 una condanna dalla CEDU, per violazione dei diritti umani.

L’impossibilità di attribuire il cognome materno alla nascita - com’è stato in assoluto sino alla sentenza della Consulta 286/2016 - si configura infatti come una discriminazione manifesta nei confronti della donna, una lesione che la Corte Costituzionale italiana ha tentato di sanare in modo contraddittoriamente parziale con la sentenza appena citata.
Stabilendo infatti che il cognome materno possa venire attribuito alla nascita solo in presenza di accordo tra i genitori, la Corte Costituzionale ha posto il volere della donna alle dipendenze del volere dell’uomo nell’ambito della gestione della vita familiare, contraddicendo così quel principio di parità tra le persone e in particolare tra i coniugi, sancito dall’art. 29 della Costituzione.

Ma accantoniamo gli artifizi delle leggi e osserviamo quanto possa incidere nello sviluppo dei figli la patrilinearità del cognome.
I bambini apprendono da noi il modo in cui stabilire le relazioni tra le persone. La prima cosa che scoprono, non appena riescono a dare un senso alle parole, è che loro non hanno il cognome della mamma ma solamente quello del papà. È con quello che si presentano a scuola, è con quello che vengono conosciuti, è con quello che sono obbligati a strutturare la propria identità. La mamma esiste, però conta poco ed infatti nel loro cognome non c’è. La donna serve, ma non è poi necessaria e non possiede valore alcuno in sé dato che la sua identità è sopprimibile.
Questa è la prima traccia di un percorso di pesante discriminazione tra i sessi, che se lasciato a se stesso darà frutti che non saranno di sana convivenza sociale.

Dal 1979 sono stati presentati in Parlamento numerosi progetti di legge concernenti l’attribuzione del cognome materno ai figli. Dall’esito del ricorso Cusan-Fazzo alla Corte EDU nel 2014, era derivato all’Italia l’obbligo di approntare IN TEMPI BREVI una legislazione differente, che eliminasse la discriminazione rilevata nei confronti della donna. L’Italia, malgrado ciò, non è stata capace di discutere e approvare entro la XVII Legislatura l’unico progetto di legge che avesse avuto almeno l’approvazione di una delle Camere.

Oggi siamo alla vigilia delle elezioni. C’è il rischio che il maschilismo così profondamente radicato nella società italiana riesca nuovamente a sottrarsi, nell’arco della nuova Legislatura, all’obbligo imposto da Strasburgo.
Le donne hanno però cominciato a svegliarsi e sono sempre meno numerose quelle che accettano il costume corrente. Meno che mai lo accettano le madri separate o divorziate che vivono con un figlio che non porta anche il loro cognome e si scontrano con un NO dell’ex partner, che rende vana la loro richiesta di aggiunta, di cui si sono sin qui occupati i Prefetti.
Occorre una legge e una legge nuova, che normi appropriatamente anche gli aspetti non affrontati nelle proposte parlamentari precedenti.
Occorre questo progetto, o uno che parecchio gli assomigli, occorre che i partiti si assumano la responsabilità di occuparsene, occorre muoversi adesso e non quando i giochi saranno già fatti; occorre parlarne pubblicamente a voce alta ed è per questo che abbiamo bisogno di voi.
Proposta: Disposizioni sul Nome della persona e sul Cognome dei coniugi e dei figli (link).
 22.01.2018
© Iole Natoli
(
linkideatrice del primo progetto italiano di doppio cognome per i figli (1979)

venerdì 19 gennaio 2018

COGNOME MATERNO ai Figli / Nuovo Progetto per la XVIII Legislatura




Disposizioni sul Nome della persona e sul Cognome dei coniugi e dei figli
di Iole Natoli


In esecuzione della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo 7 gennaio 2014 e della sentenza della Corte Costituzionale italiana 286/2016.  


 



INTRODUZIONE alla PROPOSTA di Legge
Prima di esporre il senso e la lettera dei singoli articoli, vorrei richiamare l’attenzione su due condizioni operative che provengono, oltre che da personali convinzioni, dal contenuto esplicito della sentenza della CEDU del 7 gennaio 2014 e dalla Sentenza della Corte Costituzionale 286/2016.
La Corte Europea ha valutato un ricorso proposto da una coppia italiana coniugata, che avrebbe voluto attribuire alla sua prima figlia il solo cognome della madre e non il cognome del padre. Nel dichiarare legittima la richiesta, la Corte argomentava che la decisione della coppia di chiedere per la figlia l’aggiunta del cognome materno tramite istanza al Prefetto, intervenuta nel corso dei lunghi processi, non sanava il vulnus recato alla libertà e al diritto dei genitori dall’impossibilità di attribuzione alla nascita del solo cognome materno e concludeva con una sentenza di condanna per l’Italia.


Quel che consegue a tale decisione della CEDU appare evidente: nessuna proposta di legge sul cognome dei figli può escludere o confinare a casi gravi il diritto dei genitori di scegliere il cognome o i cognomi da attribuire alla prole, interferendo con la libertà dei genitori di gestire nel modo da essi ritenuto più idoneo la vita privata familiare. Non è possibile pianificare dunque assoluti; il solo doppio cognome non è praticabile e non lo è nemmeno il singolo cognome materno o paterno. La legge deve invece prevedere le diverse possibilità e deve farlo in modo esplicito e chiaro, senza creare presupposti ideologici o di comodo che determinino una qualsiasi disparità nella coppia genitoriale.


La Corte Costituzionale a sua volta, nell’analizzare la condizione del figlio cui veniva negato dal sistema vigente di assumere alla nascita due cognomi collegandosi a ciascuno dei genitori, ha posto nel dovuto rilievo quanto importante sia per la formazione della personalità del figlio relazionarsi con entrambi i rami del suo parentado più stretto. Delineava con ciò se non una inderogabilità al doppio cognome quanto meno una preferibilità dello stesso a tutto vantaggio del figlio.
Nella proposta che con questa petizione si presenta si è quindi formulato un insieme di norme che indirizzano esattamente in questo senso, proponendo il doppio cognome in assenza di qualsiasi indicazione contraria dei genitori. Si è prevista però la possibilità alternativa, ovvero l’attribuzione del cognome di un solo genitore in caso di una volontà espressa concordemente dai genitori in tal senso.
Nella pianificazione dell’ordine dei cognomi si è seguito un criterio di assoluta parità della coppia, stabilendo con l’art. 5 che, in assenza di indicazione contraria anche da parte di uno solo dei genitori, la priorità sia data per regola al cognome materno. Ciò in virtù di quella prossimità neonatale che all’atto della nascita lega il figlio esclusivamente alla madre, condizione bilaterale che sarebbe discriminante e in opposizione alle politiche di genere, che esigono rispetto per la donna, continuare ostinatamente a occultare.

L’eventuale discordia sull’ordine trova la sua equa soluzione nel sorteggio e non in un assurdo e viziante ordine alfabetico, che introduce un elemento di disparità nella coppia (se si sa in partenza che si sarà vincenti non si è disposti a mediare per un accordo), oltre a costituire nel tempo un fattore di esaurimento dei cognomi alfabeticamente meno favoriti, con conseguente impoverimento della ricchezza dei cognomi italiani.


Né l’ordine in cui sono posti i due cognomi rischia di introdurre forzature limitando la libertà delle generazioni successive, giacché ciascun genitore indica quale dei suoi eventuali due cognomi intende attribuire al figlio, indipendentemente dall’ordine nel quale personalmente li ha.


Infine, la centralità dell’interesse del figlio, unitamente alla consapevolezza che egli è l’unico titolare del cognome o dei cognomi che gli sono stati attribuiti cognome o cognomi che acquista e che non gli vengono trasmessi in quanto non costituiscono un bene ma uno strumento strutturante la personalità individuale (Trib. Civile di Palermo, Sez. I, sentenza 865/1982) - ha determinato la formulazione di una norma che prevede la possibilità di modifica del o dei cognomi alla maggiore età, per garantire al soggetto che li porta una pacifica convivenza con se stesso.

Art. 1 - (Diritto al nome)


L’art. 6 del codice civile è sostituito dal seguente.
Art. 6 - (Diritto al nome)

Ogni persona ha diritto al nome che le è per legge attribuito. 
Nel nome si comprendono un prenome e uno o due cognomi.  
È diritto della persona essere collegata alla nascita mediante un cognome a fratelli e sorelle che di uno o entrambi i suoi genitori portino già il cognome e ad almeno uno dei genitori con i quali è previsto che viva. 
Non sono ammessi cambiamenti, aggiunte, o rettifiche del nome, se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati.

Art. 2 - (Attribuzione e modifica del prenome)

Dopo il nuovo art. 6 del codice civile, è inserito il seguente articolo 6 bis.
Art. 6 bis - (Attribuzione e modifica del prenome) 

La persona assume alla nascita il prenome concordemente indicato dai suoi genitori, o attribuito dall’Ufficiale di Stato civile per sorteggio tra i due proposti dai genitori ove questi non abbiano espresso una scelta concordata. 
Ove riconosciuta inizialmente da un solo genitore, la persona acquista il prenome da questi indicato all’atto del riconoscimento e non lo cambia in caso di riconoscimento successivo da parte dell’altro genitore. 

Qualora la persona non sia riconosciuta alla nascita da nessun genitore, il prenome le verrà attribuito per decisione dell'Ufficiale di Stato civile. 

La persona maggiorenne che desideri modificare il suo prenome dovrà inoltrare istanza motivata alla Prefettura competente per il cambiamento del nome.

Art. 3 - (Modifica dei Cognomi o del Cognome della persona maggiorenne)
Dopo l’art. 6 bis del codice civile, è inserito il seguente articolo 6 ter.

Art. 6 ter - (Modifica dei Cognomi o del Cognome della persona maggiorenne)

La persona può alla maggiore età modificare il proprio o i propri cognomi per mezzo di richiesta non motivata e non suffragata da consensi altrui e presentata all’Anagrafe nei modi di cui ai commi 2 e 3.

Qualora abbia ricevuto un solo cognome può chiedere l’aggiunta del cognome del genitore da cui non ne ha ricevuto nessuno, o di uno dei due cognomi a sua scelta ove detto genitore ne abbia due.

Qualora abbia assunto due cognomi può chiedere che ne sia soppresso uno a sua scelta.

Ove desideri chiedere l’aggiunta o la sostituzione di uno o di entrambi i suoi cognomi con un cognome non posseduto da nessuno dei suoi genitori, dovrà presentare richiesta motivata alla Prefettura competente per il cambiamento del nome.
 
Art. 4 - (Cognome dei coniugi)
L'articolo 143-bis del codice civile è sostituito dal seguente. 
Art. 143-bis – (Cognome dei coniugi)

Ciascun coniuge conserva il proprio cognome e non aggiunge quello dell’altro coniuge.

In deroga a quanto stabilito dal comma 1, la donna che per effetto del precedente art. 143 bis abbia aggiunto al proprio il cognome del marito lo mantiene, salvo una sua richiesta di modifica e di adeguamento al nuovo art. 143 bis comma 1, che può essere presentata all’Anagrafe in qualsiasi momento e non necessita di motivazione o consenso.

MOTIVAZIONE

La brusca rimozione della norma per la quale la donna coniugata è stata collegata ai suoi figli mediante l’aggiunzione del cognome maritale, identico al cognome paterno di costoro, creerebbe un qualche vulnus nella situazione di quelle donne che non potrebbero godere retroattivamente delle regole che questa legge introduce.

Il comma 2 sana questa situazione e nel contempo toglie qualsiasi alibi a coloro che cercano pretesti, per mantenere in vita il vecchio 143-bis della disuguaglianza.

Art. 5 - (Cognomi del figlio)   

È inserito nel c. c. il seguente articolo 143 quater.
Art. 143 quater - (Cognomi del figlio)

Il figlio acquista alla nascita due cognomi, uno per genitore. Il  genitore che abbia più di un cognome indicherà quale di essi preferisce sia assunto dal figlio, indipendentemente dall’ordine nel quale egli li possiede. Ove uno dei genitori sia stabilmente impossibilitato ad  esprimere la sua preferenza, l'Ufficiale di stato civile provvederà ad  assegnare al figlio il primo dei due cognomi posseduti da quel genitore.


In conseguenza del tempo in  cui viene effettuata la registrazione anagrafica legata all’evento della nascita,  l’ordine dei cognomi è attribuito per prossimità neonatale. Prevede  pertanto in prima posizione il materno, salvo diversa indicazione concorde presentata all'Ufficiale di Stato civile da entrambi i genitori. Ove la richiesta di ordine diverso da quello derivante dalla prossimità neonatale sia presentata da un genitore soltanto, l'Ufficiale di Stato civile attribuirà i due cognomi nell’ordine risultante dal sorteggio.


In alternativa al doppio cognome di cui ai commi precedenti è prevista l’attribuzione di un cognome unico, materno o  paterno, solo nel caso di dichiarazione concorde di entrambi i genitori resa all’Ufficiale di stato civile all’atto della registrazione anagrafica.


Il cognome indicato da ciascun genitore o assegnato dall'Ufficiale di stato civile ai sensi del precedente comma deve necessariamente coincidere con  il cognome che sia già stato assunto da un figlio legalmente riconosciuto dallo stesso, nato da un matrimonio o al di fuori di esso oppure adottato.

MOTIVAZIONE DEL COMMA 2
A - La previsione di una regola base cui attenersi in assenza di richieste contrarie facilita l’espletamento della registrazione anagrafica, fornendo un’indicazione certa all’Ufficiale di stato civile, che non avrà da sollecitare indicazioni aggiuntive a quella del cognome preferito da un genitore che ne abbia già due.

B - Peraltro, con il contenuto di questo comma  si diventa per la prima volta rispettosi della verità della vita. I genitori biologici, coniugati o meno, sono due e due sarebbe bene che fossero i cognomi attribuiti alla nascita. 

Non appena vengono al mondo, acquistando automaticamente personalità giuridica, i neonati di entrambi i sessi sono in stretta relazione con la madre e con lei soltanto. Inoltre, benché si auspichi che i padri si rendano nel tempo partecipi positivamente dell’allevamento e della cura della prole come in qualche Paese è già accaduto, è corretto nei confronti della donna, nonché educativo per le generazioni a venire, che il primo cognome da attribuire a figli e figlie sia quello della madre, che ha affrontato per loro una gestazione e anche un parto.

C - La possibilità di modifica dell’ordine anche dietro richiesta di un solo genitore rende vana ogni eventuale polemica su una presunta discriminazione a svantaggio degli uomini, rendendo interamente paritaria la determinazione dell’ordine da assegnare. 

D - È da sottolineare la previsione esclusiva del sorteggio in caso di scelta discordante, per le ragioni che seguono:

a - sapere in anticipo quale dei cognomi (della madre o del padre) risulterebbe vincente in caso di discordia - conseguenza inevitabile dell’adozione dell’ordine alfabetico - vizierebbe irrimediabilmente la posizione paritaria all’interno di ogni coppia specifica e alla coppia specifica non interessa come si distribuisce statisticamente il fenomeno su un’intera popolazione;

b - l’utilizzo dell’ordine alfabetico finirebbe nel tempo col sopprimere i cognomi meno favoriti dall’ordine, impoverendo senza una valida ragione la ricchezza dei cognomi italiani.



MOTIVAZIONE DEL COMMA 3
La sentenza di Strasburgo sul caso Cusan-Fazzo contiene un’indicazione specifica sul diritto dei genitori di stabilire secondo i propri criteri l’indirizzo della vita familiare e inserisce la scelta del cognome tra questi diritti. 

Voler limitare al doppio cognome la proposta di legge appare di conseguenza impraticabile. Benché si consideri utile in linea di massima per il figlio che questi acquisti i cognomi di entrambi i genitori, costoro possono voler ragionevolmente evitare che il figlio si relazioni a un ramo del parentado se tale relazione può danneggiare per un qualche motivo la vita del figlio, senza venir costretti a dimostrarlo. 

Da considerare anche l’esistenza di casi frequenti in cui un figlio maggiorenne rifiuta il cognome di un genitore che gli è stato attribuito alla nascita e ne chiede l’abolizione, richiesta che fin qui ha incontrato notevoli ostacoli nelle pratiche presentate ai Prefetti. 

Limitare il cognome unico ai casi gravi, come si è letto in qualche proposta di emendamenti passati, non soltanto contrasta con la libertà e l’autonomia dei coniugi al centro della sentenza di Strasburgo ma significa altresì esporre il figlio alla curiosità altrui, rendendo eccezionale la presenza di un solo cognome; tale soluzione è dunque da rigettare, anche a tutela della personalità del figlio.

Art. 6 - (Modifica del Cognome del figlio minore nato nel matrimonio o al di fuori di esso)
È inserito nel c. c. il seguente articolo 143 quinquiens.

Art. 143 quinquiens - (Modifica del Cognome del figlio minore nato nel matrimonio o al di fuori di esso) 

Qualora a un figlio minore non adottivo sia stato attribuito alla nascita un solo cognome e i suoi genitori abbiano attribuito a un loro figlio nato successivamente il doppio cognome, i genitori conviventi possono modificare il cognome del figlio presentando all’Anagrafe richiesta di aggiunta del cognome mancante, se il figlio è minore di anni 14. Ove il figlio abbia già compiuto i 14 anni di età, la richiesta dovrà essere convalidata dalla firma autenticata del figlio.

In caso di non convivenza dei genitori, il genitore il cui cognome non è stato attribuito al figlio all’atto della nascita può presentare richiesta di aggiunta del suo cognome o di uno dei suoi cognomi.
La richiesta va presentata all’Anagrafe e non necessita dell’assenso dell’altro genitore salvo che questi non abbia l’affido esclusivo, ma dovrà essere convalidata dalla firma autenticata del figlio minore che abbia compiuto i 14 anni di età.



Art. 7 - (Cognomi o cognome del figlio riconosciuto da un solo genitore)
L’art. 262 del codice civile è sostituito dal seguente.
Art. 262 - (Cognomi o cognome del figlio riconosciuto da un solo genitore).

Il figlio riconosciuto da un solo genitore acquista il cognome del genitore che lo riconosce. Ove il genitore abbia due cognomi, questi potrà attribuirgli un solo cognome a sua scelta o entrambi nell’ordine da lui preferito.

In caso di riconoscimento successivo da parte dell’altro genitore, il figlio mantiene sempre in prima posizione il primo o unico cognome acquisito alla nascita e aggiunge ad esso il cognome o uno dei cognomi del genitore che lo riconosce successivamente, secondo le indicazioni da questi fornite.

Il genitore che per primo ha riconosciuto il figlio ha facoltà di opporsi giudizialmente all’aggiunta del nuovo cognome, ove ciò sia nell’interesse del figlio.

Art. 8 - (Cognomi o cognome del figlio non riconosciuto da nessun genitore)
Dopo il nuovo art. 262 del codice civile si inserisce il seguente.
Art. 262 bis - (Cognomi o cognome del figlio non riconosciuto da nessun genitore)

Qualora il figlio non sia riconosciuto da nessun genitore, l'Ufficiale di Stato civile provvederà ad attribuirgli due cognomi.

Art. 9 - (Cognomi o cognome del figlio adottivo minorenne) 

L’ art. 299 del codice civile è sostituito dal seguente.
Art. 299 - (Cognomi o cognome del figlio adottivo minorenne). 

Il figlio adottivo minorenne acquista due cognomi nell’ordine corrispondente a quello indicato obbligatoriamente da entrambi i genitori con dichiarazione concorde resa all’Ufficiale di stato civile all’atto della registrazione anagrafica.

Ove i genitori non abbiano raggiunto un accordo sull’ordine dei cognomi indicati, questo sarà determinato dal sorteggio effettuato dall’Ufficiale di stato civile.

La sequenza dei cognomi ottenuta va mantenuta per la filiazione ulteriore della coppia, sia di figli adottivi sia di figli biologici. 
In alternativa al doppio  cognome di cui ai commi precedenti è prevista l’attribuzione di un cognome unico, materno o  paterno, solo nel caso di dichiarazione concorde di entrambi i genitori.

È fatto divieto a ciascun genitore di attribuire al figlio adottivo un cognome diverso dal cognome attribuito in precedenza ad altro figlio biologico o adottivo.  

DISPOSIZIONI TRANSITORIE E FINALI



Art. 10 - (Cognomi della donna che vuol mantenere il cognome del marito aggiunto in precedenza)

I commi 2, 3 e 4 dell'art. 5 della legge 10.12.1970 n. 898 e successive modificazioni sono sostituiti dai seguenti.
Con lo scioglimento del matrimonio la donna perde il cognome del marito che aveva aggiunto al proprio ai sensi del precedente art. 143 bis e che aveva successivamente mantenuto ai sensi del comma 2 del nuovo 143 bis.

Il tribunale, con la sentenza con cui pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, può autorizzare la donna che ne faccia richiesta a conservare il cognome del marito aggiunto al proprio quando sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela.

La decisione di cui al comma precedente può essere modificata con successiva sentenza, per motivi di particolare gravità, su istanza di una delle parti.



Art. 11 - (Tutela del cognome del marito)

L’art. 156 bis del codice civile è sostituito dal seguente.
Art. 156 bis - (Tutela del cognome del marito)

Con lo scioglimento del matrimonio, il giudice può vietare alla moglie l'uso del cognome del marito previsto dal comma 2 del 143 bis modificato, quando tale uso sia a lui gravemente pregiudizievole.



Art. 12 - (Modifica del regolamento di cui al DPR 396/2000 sull’Ordinamento dello stato civile)

La parti del DPR 396/2000 in contrasto con gli articoli della presente legge sono da considerare decadute con la promulgazione della stessa. Di conseguenza quelle pratiche di cambiamento del cognome che in precedenza erano affidate alla Prefettura e che ora divengono di competenza dell’Anagrafe verranno trasferite a detti Uffici entro 3 mesi dall’entrata in vigore della legge. 

Parimenti entro i 3 mesi indicati il regolamento dovrà essere modificato, al fine di adeguarlo interamente al contenuto della legge.
 14.01.2018

© Iole Natoli
(
linkideatrice del primo progetto italiano di doppio cognome per i figli (1979)

mercoledì 29 novembre 2017

LETTERA AL QUIRINALE per un sollecito del DdL sul COGNOME MATERNO fermo al Senato




Sollecito legge cognome materno, anche per conseguenze sentenza 286/2016 della Consulta
di Iole Natoli  


Egregio Presidente Mattarella,
stralcio due considerazioni dal contenuto di una petizione da me lanciata giorni fa e inviata oggi ad alcuni esponenti del Senato perché ritengo - spero non a torto - che possano essere di Suo interesse, per la funzione di Capo dello Stato che Ella ricopre.
- Non approvare una legge sul tema entro la fine della legislatura ci esporrebbe a una nuova condanna da parte della Corte di Strasburgo e costituirebbe una giustificata purtroppo lesione dell’immagine pubblica dell’Italia;
- la sentenza n. 286/2016 della Consulta, utile oltre che necessaria per taluni aspetti innovativi, limitando l’acquisizione del doppio cognome ai casi di assenso tra i coniugi (correzione del termine nel commento) ha introdotto nel sistema in vigore una subordinazione evidente.
Se prima il figlio acquisiva il solo cognome paterno per disposizioni di legge estranee alla volontà di entrambi i genitori, nella realtà odierna lo acquisisce PER VOLONTA' PATERNA ove il padre non addivenga all'accordo. 
E' uno “stato di minorità” intollerabile e ben più offensivo del precedente, per quelle donne che vorrebbero attribuire il loro cognome ai propri figli e ne vengono impedite dal partner.
Le situazione qui segnalata cozza con i principi stessi della nostra Costituzione oltre che con alcuni articoli della CEDU.
Non è la prima petizione sul tema del cognome materno che io lancio; in precedenza ce ne sono state altre contenenti l’elaborazione di progetti di legge sul doppio cognome nonché emendamenti al testo che era in discussione alla Camera.
Non sono nemmeno l’unica a ritenere grave il vulnus esposto, che deriva dalla sentenza della Consulta. Proprio oggi l’ex deputata Laura Cima, facendo sue le osservazioni espresse nella mia petizione, che ovviamente ha firmato, ha aggiornato una sua petizione del 2014 portando all’attenzione dei suoi sottoscrittori questo punto.
La prego dunque di intervenire per un sollecito, ritenendo che ciò non sia in contrasto con le Sue funzioni ma vi rientri al contrario a pieno titolo.
RingraziandoLa per la cortese attenzione, Le porgo i miei migliori saluti.
Iole Natoli
giornalista pubblicista
____________________
Petizione di riferimento:
APPROVARE l'eterno DdL S. 1628 sul Cognome dei Figli ENTRO LA FINE DELLA LEGISLATURA
Decisori:
Presidente del Senato, Pietro Grasso
Vice Presidente del Senato, Rosa Maria di Giorgi
Vicepresidente 2ª Commissione Permanente, Maurizio Buccarella
Vicepresidente 2ª Commissione Permanente, Felice Casson
Senatore Sergio Lo Giudice
29.11.2017
© Iole Natoli
ideatrice del primo progetto italiano di doppio cognome per i figli (1979)
e fautrice dell’abolizione del 143-bis c.c. (cognome coniugale per la donna)

venerdì 27 ottobre 2017

GPA / SUI “CONTRATTI” E SUL DIRITTO ITALIANO


Quando nel 1979 cominciai a scrivere sul cognome materno, formulando per la prima volta nella Repubblica Italiana le indicazioni per una proposta di legge basata sul doppio cognome (nel Regno d'Italia mi aveva preceduta di un secolo il deputato pugliese Salvatore Morelli),  non pensavo al cognome materno come fatto a sé stante, ma come espressione simbolica della relazione primaria madre-figlio
A distanza di tanti anni intervengo sulla pratica della Gpa che si vorrebbe introdurre in Italia, mossa dalla stessa convinzione. La relazione madre-figlio non è primaria solo temporalmente, lo è anche per importanza fondante e volerla stravolgere alienando il figlio dalla donna che lo partorisce costituisce una violazione delle norme di natura oltre che del diritto del bambino.
Riporto dunque qui un articolo pubblicato su "Femminismi a confronto e laicità" (link), in quanto lo ritengo inerente al mio tema di sempre.

Sui "contratti" e sul Diritto Italiano
Le incongruenze della Gpa
di Iole Natoli 
Al di là della lesione del diritto naturale del bambino e dello stato di contenitore-oggetto a cui viene ridotta la donna con la pratica della Gpa, temi sui quali ho scritto in altre pagine del blog (link), v’è un elemento che non viene mai rilevato e consiste nell’aspetto giuridico di questa “rivoluzione culturale”… che di fatto rivoluzione non è e riporta anzi ai tempi in cui la donna veniva paragonata alla “terra”, inseminata dal maschio padrone.
Il punto centrale della Gpa è per i committenti la certezza che la gestante non possa decidere di tenere con sé il bimbo che ha partorito. Da lì la ricerca di contratti preimpianto, che garantiscano il “licenziamento” della partoriente a risultato ottenuto. In questa direzione si colloca la proposta dell’Associazione Luca Coscioni (link), fantasiosamente definita “gestazione etica” che con l’Art. 1 prevede:
«Per gestazione per altri s’intende quella di una donna che volontariamente e liberamente ospita nel proprio utero, fino al termine della gravidanza, un embrione prodotto attraverso le tecniche di fecondazione in vitro e che, prima dell’inizio della gestazione, si è impegnata con atto irrevocabile, da sola o unitamente alla persona con cui è sposata o è convivente, a partorire il figlio del genitore o dei genitori e a rinunciare a qualsivoglia diritto genitoriale sul bambino che nascerà. Tutti i soggetti qui coinvolti accettano integralmente il contenuto del successivo articolo 6 con dichiarazione inclusa nell’atto di cui al successivo articolo 5».
Il tutto confortato da un atto definito dall’art.5, che assume il preciso valore di contratto.

La stesura di un simile progetto denota una consistente “distrazione”. Negli USA - non so se dovunque o solo in alcuni stati - in effetti funziona così; in altri luoghi tra quelli che la consentono no, ma questi ultimi non sono tra i più gettonati dai committenti. Da noi una simile prassi contrattuale non potrebbe rientrare nel Diritto e non solo perché postula l’alienazione “volontaria” della donna, ma per un fatto per così dire “a monte”.

Da noi le leggi prevedono che il genitore possa e debba esercitare la responsabilità (ex potestà) genitoriale SOLO nell’interesse del figlio e in rappresentanza legale di quest’ultimo. Al di fuori di tale situazione la sua azione legale è interamente nulla.
Ora, visto che il figlio al tempo dell’impianto ancora non c’è, come potrebbe un qualsiasi aspirante futuro (e conseguentemente anche ipotetico) genitore di qualsiasi sesso chiedere allo Stato italiano di considerare valido un qualsiasi contratto, che potrebbe aver valore solo se all’embrione venisse riconosciuto lo Statuto di Persona, che di fatto non ha?
Non diciamolo ad Adinolfi, altrimenti pur di giungere all’abolizione della legge sull’aborto si converte e sposa la causa della Gpa…                                

27.10.2017


© Iole Natoli  
(link)

venerdì 6 gennaio 2017

COGNOME MATERNO / la sentenza n. 286/16 della Corte Costituzionale


DUE SENTENZE E UN DISEGNO DI LEGGE A CONFRONTO
di Iole Natoli *

Il 21 dicembre 2016 è stata depositata la sentenza della Consulta, riguardante una richiesta di aggiunta del cognome materno (->∆). Il caso su cui la Corte si è pronunciata riguardava un bimbo nato in costanza di matrimonio e titolare di doppia cittadinanza, che veniva identificato in Brasile con il doppio cognome, paterno e materno, e in Italia con il solo cognome del padre.
La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di quanto viene usualmente desunto da alcuni articoli del codice civile, da un articolo del regio decreto n. 1238 del 1939 (Ordinamento dello stato civile) e da altri articoli del D.P.R. n. 396 del 2000 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile), nelle parti in cui non consentono “ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli” al momento della nascita nonché in quello dell’adozione, “anche il cognome materno”.
Quasi scontate appaiono tali conclusioni dopo la sentenza di Strasburgo del 2014; molto meno, invece, le motivazioni addotte, che non mi sembra siano state fin qui analizzate compiutamente dalla stampa e persino dai giuristi.
Preliminarmente rilevo che:
- la pronuncia è limitata, com’era ovvio e come quindi si prevedeva, al ricorso in questione e alla sua tipologia, ovvero ai casi di doppio cognome da attribuire alla nascita o all’atto dell’adozione, in presenza di accordo tra i genitori;
- si registra il termine “trasmissione” in relazione al cognome, utilizzato dalla Corte Europea e dunque in qualche modo legittimato, benché l’ordinamento giuridico italiano lo abbia in altre occasioni negato (Tribunale ordinario di Palermo, 1982 ->) insistendo sull’attribuzione ipso iure del cognome e definendo la natura di tale atto come “estensione” del cognome dal genitore al figlio (orientamento che viene peraltro ribadito in questa stessa sentenza della Consulta);
- si trova esplicito riferimento alla discriminazione nei confronti della donna e alla lesione della pari dignità dei genitori, con citazione della sentenza di Strasburgo del 7 gennaio 2014 determinata dal caso Cusan-Fazzo.
Ciò che invece nella sentenza della Corte Europea era assente e che trova posto nella sentenza della Corte Costituzionale italiana, inizialmente con una qualche circospezione e in altri punti con maggiore forza, è il diritto del figlio. 
Sotto la sigla ”Considerato in diritto” leggiamo:
«Nella famiglia fondata sul matrimonio rimane così tuttora preclusa la possibilità per la madre di attribuire al figlio, sin dalla nascita, il proprio cognome, nonché la possibilità per il figlio di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome della madre».

“Possibilità” per il figlio fin qui e non ancora “diritto”. Subito dopo l’argomentazione si fa invece stringente:
«3.4.– La Corte ritiene che siffatta preclusione pregiudichi il diritto all’identità personale del minore e, al contempo, costituisca un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare».

Ancora:
«La piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale, che nel nome trova il suo primo ed immediato riscontro, unitamente al riconoscimento del paritario rilievo di entrambe le figure genitoriali nel processo di costruzione di tale identità personale, impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori.

Viceversa, la previsione dell’inderogabile prevalenza del cognome paterno sacrifica il diritto all’identità del minore, negandogli la possibilità di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome materno».
Attenzione, non «negandogli la possibilità di essere identificato» alla nascita «con il cognome materno» in luogo del paterno, ma di averli fin dalla nascita entrambi. Non averli entrambi configura espressamente per la Consulta un sacrificio del diritto del minore.
Ed è su questo che la sentenza della Corte Costituzionale italiana si distanzia, seppur sommessamente, dalla sentenza della Corte Europea, che si era limitata a rilevare come la prevalenza assoluta del cognome paterno determinasse violazione dell’art. 14 (divieto di discriminazione) in combinato disposto con l’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), emettendo così una sentenza che valutava esclusivamente il diritto degli adulti, laddove quella della Consulta, pur accogliendo gli stessi principi e le stesse considerazioni, postula l’inviolabilità di un altro diritto, quello del bambino, ovvero del figlio al momento della nascita (o dell’adozione).
«3.4.1.– (…) la distonia di tale norma rispetto alla garanzia della piena realizzazione del diritto all’identità personale, avente copertura costituzionale assoluta, ai sensi dell’art. 2 Cost., risulta avvalorata nell’attuale quadro ordinamentale.
Il valore dell’identità della persona, nella pienezza e complessità delle sue espressioni, e la consapevolezza della valenza, pubblicistica e privatistica, del diritto al nome, quale punto di emersione dell’appartenenza del singolo ad un gruppo familiare, portano ad individuare nei criteri di attribuzione del cognome del minore profili determinanti della sua identità personale, che si proietta nella sua personalità sociale, ai sensi dell’art. 2 Cost.».
Viene spontaneo porsi qualche domanda. Perché la Corte afferma che la prevalenza giuridica di un cognome - nella fattispecie di quello paterno - costituisce una preclusione che pregiudica il diritto all’identità personale del minore,  scrive che “la piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale (…) impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori, ma evita di giungere da sé alla conclusione che da tali premesse discende, cioè che l’attribuzione del cognome di un solo genitore, che sia quello del padre o della madre, configura violazione del diritto del figlio?
Forse per non smentire in modo diretto la sentenza della Corte Europea emessa proprio per un caso di richiesta (che era stata respinta) di attribuzione del solo cognome materno? Questo aspetto avrà avuto sicuramente il suo peso.
C’è un altro dato, però da considerare: la Corte Costituzionale sa - e non potrebbe non saperlo - che è stata posta in essere nel nostro Stato «un’intensa attività preparatoria di interventi legislativi volti a disciplinare secondo nuovi criteri la materia dell’attribuzione del cognome ai figli», che al momento sono «ancora in itinere».
Dichiarare senza lasciare in ombra proprio nulla che il doppio cognome rappresenta per la Corte l’unica soluzione praticabile, quale attuazione del diritto del minore di cui sopra, avrebbe significato senza dubbio un’intromissione dell’attività giudiziaria, non richiesta da alcuno, nell’attività legislativa del Parlamento, intromissione che avrebbe potuto creare ostacoli al disegno di legge fermo al Senato, mantenendo per tempi non determinabili lo status quo di una normativa dichiarata più volte incostituzionale.
Certo non è da escludere che, qualora la legge delle tre possibilità (doppio cognome o solo cognome del padre o solo cognome della madre) venisse approvata, qualcuno un giorno potrebbe decidere d’impugnarla per lesione del diritto del minore. In tal caso la Consulta sarebbe ufficialmente chiamata a pronunciarsi; non vi sarebbe intromissione alcuna ma esercizio di una funzione statutaria. CHI, però, potrebbe avere un interesse di tal natura? Certamente non uno dei due genitori, casomai un figlio che però alla maggiore età avrebbe, per applicazione di quella legge in fieri, il diritto di aggiungere al cognome avuto quello mancante dell’altro genitore.
Tutto sommato l’eventualità di un’impugnazione appare più probabile per altre cose (->, ->), ad esempio per l’impossibilità del maggiorenne di invertire l’ordine dei due cognomi o di toglierne uno dei due, se non gradito, senza richieste speciali iscrivibili sotto l’umiliante profilo della “concessione”. 
Per il momento non possiamo che rimanere anche noi, come la Consulta, «in attesa di un indifferibile intervento legislativo, destinato a disciplinare organicamente la materia, secondo criteri finalmente consoni al principio di parità», dato che il DdL 1628 ancora fermo al Senato, per quanto imperfetto sotto più punti di vista, appare molto meno criticabile del perdurare di una situazione illegittima, che trae solo dalla mancata opera del legislatore la sua offensiva e inaccettabile forza.

6.01.2017
© Iole Natoli
ideatrice del primo progetto italiano di doppio cognome per i figli (1979)
e fautrice dell’abolizione del 143-bis c.c. (cognome coniugale per la donna)