domenica 12 agosto 2018

XVIII Legislatura. Annunciata al Senato e alla Camera la Petizione "Disposizioni sul Nome della Persona e sul Cognome dei Coniugi e dei Figli"


12 articoli per una Proposta di Legge da adottare
In esecuzione della SENTENZA della Corte europea dei diritti dell’uomo 7 gennaio 2014 e della SENTENZA della Corte Costituzionale italiana 286/2016
di Iole Natoli
Annunciata al Senato col titolo “Nuove disposizioni sul nome della persona e sul cognome dei coniugi e dei figli” col n° 59, nella seduta n.14 del 26 giugno 2018, e assegnata alla seconda Commissione permanente (Giustizia).
Annunciata alla Camera col titolo “Nuove norme in materia di diritto al nome e di cognome dei coniugi e dei figli” col n° 54, nella seduta n.? del ? agosto 2018, e assegnata alla seconda Commissione permanente (Giustizia).
Alla Presidente del Senato, al Presidente della Camera, a Senatori e Deputati della XVIII Legislatura e al Presidente del Consiglio
Introduzione ai 12 articoli della PROPOSTA di Legge
Prima di esporre il senso e la lettera dei dodici articoli, vorrei richiamare l’attenzione su due condizioni operative che provengono, oltre che da personali convinzioni, dal contenuto esplicito della sentenza della CEDU del 7 gennaio 2014 e dalla Sentenza della Corte Costituzionale 286/2016.
La Corte Europea ha valutato un ricorso proposto da una coppia italiana coniugata, che avrebbe voluto attribuire alla sua prima figlia il solo cognome della madre e non il cognome del padre. Nel dichiarare legittima la richiesta, la Corte argomentava che la decisione della coppia di chiedere per la figlia l’aggiunta del cognome materno tramite istanza al Prefetto, intervenuta nel corso dei lunghi processi, non sanava il vulnus recato alla libertà e al diritto dei genitori dall’impossibilità di attribuzione alla nascita del solo cognome materno e concludeva con una sentenza di condanna per l’Italia.

Quel che consegue a tale decisione della CEDU appare evidente: nessuna proposta di legge sul cognome dei figli può escludere o confinare a casi gravi il diritto dei genitori di scegliere il cognome o i cognomi da attribuire alla prole, interferendo con la libertà dei genitori di gestire nel modo da essi ritenuto più idoneo la vita privata familiare. Non è possibile pianificare dunque assoluti; il solo doppio cognome non è praticabile e non lo è nemmeno il singolo cognome materno o paterno. La legge deve invece prevedere le diverse possibilità e deve farlo in modo esplicito e chiaro, senza creare presupposti ideologici o di comodo che determinino una qualsiasi disparità nella coppia genitoriale.

La Corte Costituzionale a sua volta, nell’analizzare la condizione del figlio cui veniva negato dal sistema vigente di assumere alla nascita due cognomi collegandosi a ciascuno dei genitori, ha posto nel dovuto rilievo quanto importante sia per la formazione della personalità del figlio relazionarsi con entrambi i rami del suo parentado più stretto. Delineava con ciò se non una inderogabilità al doppio cognome quanto meno una preferibilità dello stesso a tutto vantaggio del figlio.
Nella proposta che con questa petizione si presenta si è quindi formulato un insieme di norme che indirizzano esattamente in questo senso, proponendo il doppio cognome in assenza di qualsiasi indicazione contraria dei genitori. Si è prevista però la possibilità alternativa, ovvero l’attribuzione del cognome di un solo genitore in caso di una volontà espressa concordemente dai genitori in tal senso.
Nella pianificazione dell’ordine dei cognomi si è seguito un criterio di assoluta parità della coppia, stabilendo con l’art. 5 che, in assenza di indicazione contraria anche da parte di uno solo dei genitori, la priorità sia data per regola al cognome materno. Ciò in virtù di quella prossimità neonatale che all’atto della nascita lega il figlio esclusivamente alla madre, condizione bilaterale che sarebbe discriminante e in opposizione alle politiche di genere, che esigono rispetto per la donna, continuare pateticamente a occultare.

L’eventuale discordia sull’ordine trova la sua equa soluzione nel sorteggio 
(come ha stabilito il Lussemburgo con la “Loi du 23 décembre 2005 relative au nom des enfants”, senza andare incontro a crisi dell'identità nazionale per questo) e non in un assurdo e viziante ordine alfabetico, che introduce un elemento di disparità nella coppia (se si sa in partenza che si sarà vincenti non si è disposti a mediare per un accordo), oltre a costituire nel tempo un fattore di esaurimento dei cognomi alfabeticamente meno favoriti, con conseguente impoverimento della ricchezza dei cognomi italiani.

Né l’ordine in cui sono posti i due cognomi rischia di introdurre forzature limitando la libertà delle generazioni successive, giacché ciascun genitore indica quale dei suoi eventuali due cognomi intende attribuire al figlio, indipendentemente dall’ordine nel quale personalmente li ha.

Infine, la centralità dell’interesse del figlio, unitamente alla consapevolezza che egli è l’unico titolare del cognome o dei cognomi che gli sono stati attribuiti cognome o cognomi che acquista e che non gli vengono trasmessi in quanto non costituiscono un bene ma uno strumento strutturante la personalità individuale (Trib. Civile di Palermo, Sez. I, sentenza 865/1982) - ha determinato la formulazione di una norma che prevede la possibilità di modifica del o dei cognomi alla maggiore età, per garantire al soggetto che li porta una pacifica convivenza con se stesso.
Art. 1 - (Diritto al nome)
L’art. 6 del codice civile è sostituito dal seguente.
Art. 6 - (Diritto al nome)
Ogni persona ha diritto al nome che le è per legge attribuito.
Nel nome si comprendono un prenome e uno o due cognomi.
È diritto della persona essere collegata alla nascita mediante un cognome a fratelli e sorelle che di uno o entrambi i suoi genitori portino già il cognome e ad almeno uno dei genitori con i quali è previsto che viva.
Non sono ammessi cambiamenti, aggiunte, o rettifiche del nome, se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati.
Art. 2 - (Attribuzione e modifica del prenome)
Dopo il nuovo art. 6 del codice civile, è inserito il seguente articolo 6 bis.
Art. 6 bis - (Attribuzione e modifica del prenome)
La persona assume alla nascita il prenome concordemente indicato dai suoi genitori, o attribuito dall’Ufficiale di Stato civile per sorteggio tra i due proposti dai genitori ove questi non abbiano espresso una scelta concordata.
Ove riconosciuta inizialmente da un solo genitore, la persona acquista il prenome da questi indicato all’atto del riconoscimento e non lo cambia in caso di riconoscimento successivo da parte dell’altro genitore.
Qualora la persona non sia riconosciuta alla nascita da nessun genitore, il prenome le verrà attribuito per decisione dell'Ufficiale di Stato civile.
La persona maggiorenne che desideri modificare il suo prenome dovrà inoltrare istanza motivata alla Prefettura competente per il cambiamento del nome.
Art. 3 - (Modifica dei Cognomi o del Cognome della persona maggiorenne)
Dopo l’art. 6 bis del codice civile, è inserito il seguente articolo 6 ter.
Art. 6 ter - (Modifica dei Cognomi o del Cognome della persona maggiorenne)
La persona può alla maggiore età modificare il proprio o i propri cognomi per mezzo di richiesta non motivata e non suffragata da consensi altrui e presentata all’Anagrafe nei modi di cui ai commi 2 e 3.
Qualora abbia ricevuto un solo cognome può chiedere l’aggiunta del cognome del genitore da cui non ne ha ricevuto nessuno, o di uno dei due cognomi a sua scelta ove detto genitore ne abbia due.
Ove abbia assunto due cognomi può chiedere che ne sia soppresso uno a sua scelta.
Nel caso in cui desideri chiedere l’aggiunta o la sostituzione di uno o di entrambi i suoi cognomi con un cognome non presente in quelli o non coincidente con quello di nessuno dei suoi genitori, dovrà presentare richiesta motivata alla Prefettura competente per il cambiamento del nome.
MOTIVAZIONE
Le Proposte presentate nel tempo in Parlamento, compresa quella che approvata alla Camera prese al Senato il numero 1628, si sono mosse in un'ottica patriarcale, attribuendo ai genitori ogni potere decisionale sul cognome del figlio e lasciando a questi esclusivamente la possibilità di aggiungere il cognome dell'altro genitore ove ne avesse ricevuto uno soltanto.
Si tratta di un potere esorbitante e di una disuguaglianza irrazionale, tenuto conto che il cognome è mezzo di realizzazione della personalità del soggetto che lo riceve e lo porta, di quella persona e non dei suoi antecedenti o collaterali. Restituire al figlio l'autonomia che gli è dovuta, in quanto soggetto adulto e unico titolare di diritti sulla propria persona, è un passo ineliminabile da compiere nel processo di uscita dal patriarcato che con questo progetto si intende consapevolmente avviare.
Art. 4 - (Cognome dei coniugi)
L'articolo 143-bis del codice civile è sostituito dal seguente. 
Art. 143-bis – (Cognome dei coniugi)
Ciascun coniuge conserva il proprio cognome e non aggiunge quello dell’altro coniuge.
In deroga a quanto stabilito dal comma 1, la donna che per effetto del precedente art. 143 bis abbia aggiunto al proprio il cognome del marito lo mantiene, salvo una sua richiesta di modifica e di adeguamento al nuovo art. 143 bis comma 1, che può essere presentata all’Anagrafe in qualsiasi momento e non necessita di motivazione o consenso.
MOTIVAZIONI del COMMA 1
A - La sopravvivenza del 143-bis nella sua forma attuale costituisce una violazione degli artt. 8 e 14 della CEDU, per ragioni analoghe a quelle che hanno indotto il Tribunale di Strasburgo a condannare l’Italia in merito al cognome di figli. La Corte infatti, nel ricordare l’importanza di un’avanzata verso l’uguaglianza dei sessi e l’eliminazione di ogni discriminazione fondata sul sesso nella scelta del cognome di famiglia,  ha stimato che la tradizione di manifestare l’unità della famiglia attraverso l’attribuzione a tutti i suoi membri del cognome del marito non può giustificare una discriminazione nei confronti delle donne.
B - Come se non bastasse, la sopravvivenza della forma attuale del 143-bis si configura come un assurdo logico e pratico. Già la possibilità di aggiungere il cognome materno, tramite un’istanza rivolta ai Prefetti, ha generato una certa massa di soggetti infantili, destinati a diventare adulti, dotati di doppio cognome. Ad essi vanno aggiunti quegli adulti, donne ma anche uomini, che hanno presentato e ottenuto l’aggiunta del cognome materno per se stessi.
Da notare che per la normativa vigente il cosiddetto doppio cognome è in realtà un cognome unico formato da due elementi non scindibili, come hanno verificato con sorpresa e disappunto diverse donne italiane sposate con uno straniero con doppio cognome, all’atto di presentare richiesta per l’aggiunta del cognome materno a quello di un loro figlio.
Al momento attuale, dunque, se una donna con cognome singolo sposa un uomo con doppio cognome, si ritrova ad averne TRE. La donna che ne avesse già due se ne ritroverebbe addirittura QUATTRO e questa realtà non è stata nemmeno contemplata nell’atto S. 1628 ormai decaduto, che dopo una proposta di modifica del 143-bis aveva fatto marcia indietro alla Camera, giungendo dunque in Senato al pieno delle contraddizioni contenute.
MOTIVAZIONI del COMMA 2
La brusca rimozione della norma per la quale la donna coniugata è stata collegata ai suoi figli mediante l’aggiunzione del cognome maritale, identico al cognome paterno di costoro, creerebbe un qualche vulnus nella situazione di quelle donne che non potrebbero godere retroattivamente delle regole che questa legge introduce.
Il comma 2 sana questa situazione e nel contempo toglie qualsiasi alibi a coloro che cercano pretesti, per mantenere in vita il vecchio 143-bis della disuguaglianza.
Art. 5 - (Cognomi o cognome del figlio)  
È inserito nel codice civile il seguente articolo 143 quater.
Art. 143 quater - (Cognomi o cognome del figlio)
Il figlio acquista alla nascita due cognomi, uno per genitore. Il  genitore che abbia più di un cognome indicherà quale di essi preferisce sia assunto dal figlio, indipendentemente dall’ordine nel quale egli li possiede. Ove uno dei genitori sia stabilmente impossibilitato ad  esprimere la sua preferenza, l'Ufficiale di stato civile provvederà ad  assegnare al figlio il primo dei due cognomi posseduti da quel genitore.
In conseguenza del tempo in  cui viene effettuata la registrazione anagrafica legata all’evento della nascita,  l’ordine dei cognomi è attribuito per prossimità neonatale. Prevede pertanto in prima posizione il materno, salvo diversa indicazione concorde presentata all'Ufficiale di Stato civile da entrambi i genitori. Ove la richiesta di ordine diverso da quello derivante dalla prossimità neonatale sia presentata da un genitore soltanto, l'Ufficiale di Stato civile attribuirà i due cognomi nell’ordine risultante dal sorteggio.
In alternativa al doppio cognome di cui ai commi precedenti è prevista l’attribuzione di un cognome unico, materno o  paterno, solo nel caso di dichiarazione concorde di entrambi i genitori resa all’Ufficiale di stato civile all’atto della registrazione anagrafica.
Il cognome indicato da ciascun genitore o assegnato dall'Ufficiale di stato civile ai sensi del precedente comma deve necessariamente coincidere con  il cognome che sia già stato assunto da un figlio legalmente riconosciuto dallo stesso, nato da un matrimonio o al di fuori di esso oppure adottato.
MOTIVAZIONE DEL COMMA 1
I genitori biologici, coniugati o meno, sono due e due, nell'interesse del figlio oltre che per rispetto dell'identità e della dignità di entrambi i genitori, sarebbe bene che fossero i cognomi attribuiti alla nascita.
Di conseguenza, benché si sia lasciata ai genitori la possibilità di compiere una scelta diversa se di comune accordo, il doppio cognome è stato posto come regola base di questa riforma.
Inserire una predeterminazione dei cognomi come nel caso di un'attribuzione coatta del primo cognome di ciascun genitore rappresenta un'ingerenza dello Stato nella libera valutazione dei genitori considerata come non aggirabile dalla sentenza di Strasburgo del 2014, che SOLO per casi gravi - e la facilitazione delle pratiche va affrontata con un corso di aggiornamento per il personale e non certo limitando la libertà dei cittadini - ammette la preminenza della ragion di stato sul diritto dei singoli.

MOTIVAZIONI DEL COMMA 2
A - Il contenuto del comma 2 ha un valore specifico. Grazie ad esso crescono psicologicamente le donne ma soprattutto gli uomini, perché si cresce solo nella consapevolezza, uscendo da un infantilistico autoinganno.
Non appena vengono al mondo acquistando automaticamente personalità giuridica, i neonati di entrambi i sessi sono in stretta relazione con la madre e con lei soltanto; è conforme allo stato neonatale del figlio ed è corretto nei confronti della donna, nonché educativo per le generazioni a venire, che il primo cognome da attribuire a figli e figlie sia per regola di base - peraltro non coercitiva - quello della madre, di chi cioè ha affrontato per loro una gestazione e anche un parto.
L'indiscutibile legame iniziale di reciprocità esclusiva madre-figlio non lo si ignora deliberatamente degradandolo mediante l'occultamento; per rafforzare la figura paterna si incoraggia e sviluppa invece una capacità di coinvolgimento attivo dei padri nell'allevamento e nella cura dei figli sin dai loro primi giorni di vita, coinvolgimento che consenta a ogni figlio di relazionarsi psicologicamente al genitore di sesso maschile in maniera più profonda e produttiva, nell'ambito di una parità che si conquista e non si attua a colpi di machete facendo fuori una verità naturale.
Il comma 2 costituisce un'indicazione di massima che promuove il rispetto di genere, rispetto che viene soppresso mediante il tentativo di sminuire il contributo specificamente femminile alla nascita, soppressione che contrasta con qualsiasi programma di quella prevenzione della violenza contro le donne raccomandata dalla Convenzione di Istanbul, che è stata ratificata dall'Italia nel 2013.
B - La possibilità di modifica dell’ordine dietro richiesta anche di un solo genitore, dunque anche solo del padre, rende oltretutto vana ogni eventuale polemica su una presunta discriminazione a svantaggio degli uomini, rendendo  i n t e r a m e n t e  paritaria nel concreto la determinazione dell’ordine da assegnare.
D - È da sottolineare la previsione esclusiva del sorteggio in caso di scelta discordante, per le ragioni che seguono:
a - sapere in anticipo quale dei cognomi (della madre o del padre) risulterebbe vincente in caso di discordia - conseguenza inevitabile dell’adozione dell’ordine alfabetico - vizierebbe irrimediabilmente la posizione paritaria all’interno di ogni coppia specifica e alla coppia specifica non interessa come si distribuisce statisticamente il fenomeno su un’intera popolazione;
b - l’utilizzo dell’ordine alfabetico finirebbe nel tempo col sopprimere i cognomi meno favoriti dall’ordine, come già rilevato nell'introduzione, impoverendo senza una valida ragione la ricchezza dei cognomi italiani.

MOTIVAZIONE DEL COMMA 3
La sentenza di Strasburgo sul caso Cusan-Fazzo contiene un’indicazione specifica sul diritto dei genitori di stabilire secondo i propri criteri l’indirizzo della vita familiare e inserisce la scelta del cognome tra questi diritti.
Voler limitare al doppio cognome la proposta di legge appare di conseguenza impraticabile. Benché si consideri utile in linea di massima per il figlio che questi acquisti i cognomi di entrambi i genitori, costoro possono voler ragionevolmente evitare che il figlio si relazioni a un ramo del parentado se tale relazione può danneggiare per un qualche motivo la vita del figlio, senza venir costretti a dimostrarlo.
Da considerare anche l’esistenza di casi frequenti in cui un figlio maggiorenne rifiuta il cognome di un genitore che gli è stato attribuito alla nascita e ne chiede l’abolizione, richiesta che fin qui ha incontrato notevoli ostacoli nelle pratiche presentate ai Prefetti.
Limitare il cognome unico ai casi gravi, come si è letto in qualche altra proposta, non soltanto contrasta con la libertà e l’autonomia dei coniugi al centro della sentenza di Strasburgo ma significa altresì esporre il figlio alla curiosità altrui, rendendo eccezionale la presenza di un solo cognome; tale soluzione è dunque da rigettare, anche a tutela della personalità del figlio.
Art. 6 - (Modifica del Cognome del figlio minore nato nel matrimonio o al di fuori di esso)
È inserito nel codice civile il seguente articolo 143 quinquiens.
Art. 143 quinquiens - (Modifica del Cognome del figlio minore nato nel matrimonio o al di fuori di esso)
Qualora a un figlio minore non adottivo sia stato attribuito alla nascita un solo cognome e i suoi genitori abbiano attribuito a un loro figlio nato successivamente il doppio cognome, i genitori conviventi possono modificare il cognome del figlio presentando all’Anagrafe richiesta di aggiunta del cognome mancante, se il figlio è minore di anni 14. Ove il figlio abbia già compiuto i 14 anni di età, la richiesta dovrà essere convalidata dalla firma autenticata del figlio.
In caso di non convivenza dei genitori, il genitore il cui cognome non è stato attribuito al figlio all’atto della nascita può presentare richiesta di aggiunta del suo cognome o di uno dei suoi cognomi. La richiesta va presentata all’Anagrafe e non necessita dell’assenso dell’altro genitore che non abbia l’affido esclusivo, ma dovrà essere convalidata dalla firma autenticata del figlio minore ove questi abbia compiuto i 14 anni di età.

Art. 7 - (Cognomi o cognome del figlio riconosciuto da un solo genitore)
L’art. 262 del codice civile è sostituito dal seguente.
Art. 262 - (Cognomi o cognome del figlio riconosciuto da un solo genitore).
Il figlio riconosciuto da un solo genitore acquista il cognome del genitore che lo riconosce. Ove il genitore abbia due cognomi, questi potrà attribuirgli un solo cognome a sua scelta o entrambi nell’ordine da lui preferito.
In caso di riconoscimento successivo da parte dell’altro genitore, il figlio mantiene sempre in prima posizione il primo o unico cognome acquisito alla nascita e aggiunge ad esso il cognome o uno dei cognomi del genitore che lo riconosce successivamente, secondo le indicazioni da questi fornite.
Il genitore che per primo ha riconosciuto il figlio ha facoltà di opporsi giudizialmente all’aggiunta del nuovo cognome, ove ciò sia nell’interesse del figlio.
Art. 8 - (Cognomi o cognome del figlio non riconosciuto da nessun genitore)
Dopo il nuovo art. 262 del codice civile si inserisce il seguente.
Art. 262 bis - (Cognomi o cognome del figlio non riconosciuto da nessun genitore)
Qualora il figlio non sia riconosciuto da nessun  genitore, l'Ufficiale di Stato civile provvederà ad attribuirgli due cognomi.
Art. 9 - (Cognomi o cognome del figlio adottivo minorenne) 
L’art. 299 del codice civile è sostituito dal seguente.
Art. 299 - (Cognomi o cognome del figlio adottivo minorenne) 
Il figlio adottivo minorenne acquista due cognomi nell’ordine corrispondente a quello indicato obbligatoriamente da entrambi i genitori con dichiarazione concorde resa all’Ufficiale di stato civile all’atto della registrazione anagrafica.
Ove i genitori non abbiano raggiunto un accordo sull’ordine dei cognomi indicati, questo sarà determinato dal sorteggio effettuato dall’Ufficiale di stato civile.
La sequenza dei cognomi ottenuta va mantenuta per la filiazione ulteriore della coppia, sia di figli adottivi sia di figli biologici.
In alternativa al doppio  cognome di cui ai commi precedenti è prevista l’attribuzione di un cognome unico, materno o  paterno, solo nel caso di dichiarazione concorde di entrambi i genitori.
È fatto divieto a ciascun genitore di attribuire al figlio adottivo un cognome diverso dal cognome attribuito in precedenza ad altro figlio biologico o adottivo.  
DISPOSIZIONI TRANSITORIE E FINALI

Art. 10 - (Cognomi della donna che vuol mantenere il cognome del marito aggiunto in precedenza)
I commi 2, 3 e 4 dell'art. 5 della legge 10.12.1970 n. 898 e successive modificazioni sono sostituiti dai seguenti.
Con lo scioglimento del matrimonio la donna perde il cognome del marito che aveva aggiunto al proprio ai sensi del precedente art. 143 bis e che aveva successivamente mantenuto ai sensi del comma 2 del nuovo 143 bis.
Il tribunale, con la sentenza con cui pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, può autorizzare la donna che ne faccia richiesta a conservare il cognome del marito aggiunto al proprio quando sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela.
La decisione di cui al comma precedente può essere modificata con successiva sentenza, per motivi di particolare gravità, su istanza di una delle parti.

Art. 11 - (Tutela del cognome del marito)
L’art. 156 bis del codice civile è sostituito dal seguente.
Art. 156 bis - (Tutela del cognome del marito)
Con lo scioglimento del matrimonio, il giudice può vietare alla moglie l'uso del cognome del marito previsto dal comma 2 del 143 bis modificato, quando tale uso sia a lui gravemente pregiudizievole.

Art. 12 - (Modifica del regolamento di cui al DPR 396/2000, sull’Ordinamento dello stato civile)
La presente legge entrerà in vigore dopo 90 giorni dalla data di pubblicazione sulla G.U. Entro tale termine il DPR 396/2000 dovrà essere stato adeguato alle nuove disposizioni con apposito decreto e dovrà essere stata già emessa la circolare applicativa di cui necessitano gli Ufficiali dello Stato civile e i Prefetti.
Su change.org: https://www.change.org/p/disposizioni-sul-nome-della-persona-e-sul-cognome-dei-coniugi-e-dei-figli
27.07.2018
© Iole Natoli

domenica 25 marzo 2018

STOP alle varie forme di Discriminazione per uno STOP alle Violenze di genere

Il silenzio sul Cognome Materno è colpevole
di Iole Natoli
Focus sulla vita e le difficoltà delle donne, in alcuni corsi di formazione per Ordini professionali a Milano.
A pochi giorni dall’evento organizzato dall’Ordine dei Giornalisti “Stop alle violenze di genere. Formare per fermare”, che ha avuto luogo il 19 Marzo presso la sede dell'Istituto dei ciechi, il Teatro Nuovo ha ospitato il 21 un altro evento voluto dall’ODCEC (Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili) dal titolo "Salute, economia, diritto e deontologia".
In quest’ultima occasione, i Presidenti degli Ordini professionali della Lombardia, riuniti per una tavola rotonda presieduta dalla Dottoressa Marcella Caradonna, hanno analizzato gli ostacoli che le donne incontrano nel mondo del lavoro - dalla penalizzazione delle gravidanze ai casi di molestie sessuali - nonché la percentuale di presenza femminili in posizioni di rilievo nell'ambito delle varie professioni.



Benché gli interventi degli oratori di entrambi i corsi fossero tutti di estremo interesse in relazione agli argomenti trattati, due frasi emerse nel corso della tavola rotonda citata mi hanno colpita particolarmente, per l'attinenza che ho riscontrato con un tema di cui scrivo oramai da molto tempo.
Il Dott. Andrea Pernice, in qualità di Governatore del distretto metropolitano milanese del Rotary, ha espresso la sua meraviglia morale per il fatto che si possa ledere la "dignità" della donna “che è madre di tutti noi” e il Dott. Riccardo Bettiga, Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, ha ricordato come “le donne continuino a votare soprattutto gli uomini” per le posizioni di prestigio.
Io mi occupo fin dal 1979 a vari livelli del Cognome materno ai figli (link 1, link 2, link 3), perché l’assenza del cognome della donna dal cognome della prole – situazione quasi assoluta, fino a pochissimo tempo fa – lede proprio la dignità femminile, è stata ed è ancora strumento di una sopraffazione di genere che si esplicita a vari livelli, condiziona la rappresentanza politica agita dalle donne, oltre ad essere contraria all’interesse personale dei figli.
Se si pensasse che oggi, dopo la sentenza della Consulta 286/2016, non sia più così  si cadrebbe in errore. Non soltanto gli effetti di un costume sociale radicato non si cancellano brevemente nel tempo per effetto di una sentenza, ma i mutamenti che questa ha apportato non sono tutti esattamente apprezzabili e vediamo adesso il perché.
La Corte costituzionale ha proclamato la necessità di dar seguito in sede di registrazione anagrafica all’aggiunta del cognome materno IN PRESENZA DI ACCORDO dei genitori, precisando – e qui sta la portata negativa – che per tutti gli altri casi (ovvero in caso di disaccordo) la situazione sarebbe rimasta immutata, con il solo cognome paterno a farla da padrone. L’accordo infatti riguarda solo la presenza del materno, non la presenza del paterno.
I (e anche le) miopi hanno enfatizzato l’aspetto positivo della sentenza, tralasciando un aspetto importante che ne consegue, quello della sottomissione legalizzata della donna al volere del partner in questa materia. In precedenza veniva attribuito solo il cognome paterno in quanto la normativa – peraltro indiretta – dello Stato non consentiva soluzioni diverse. Quand’anche lo avessero chiesto gli uomini per rispetto verso le loro mogli o compagne, non ci sarebbe stato accoglimento perché la legge NON CONSENTIVA A NESSUNO di interferire con la propria volontà nel processo di attribuzione del cognome, né alle donne né agli uomini.
La sentenza ha intaccato quest’assenza paritaria di potere. Stabilendo che solo in presenza di assenso paterno il cognome materno può essere attribuito alla nascita, ha posto la donna sotto il dominio maschile. Se il padre è d’accordo il cognome ci sarà, se soltanto al papà questo non piace NO, il volere della mamma non conta. Ma cosa cambia tra la filiazione di una donna il cui partner non è d’accordo sul cognome materno rispetto a quella di una donna in cui il partner è consenziente? Forse che a condurre una gestazione e partorire è la donna nel caso di consenso maschile e invece è l’uomo nel caso di diniego del partner? La dignità dell’essere femminile, oltre che la realtà della biologia, può dipendere dalla preferenza personale del padre di suo figlio? C’è da chiedersi come possa essere stata proprio la Corte costituzionale a determinare una simile enormità.
Vediamo cosa dice l’art. 29 della nostra Carta.
Articolo 29. La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare”.
Confrontando il contenuto dell’articolo con la sentenza suddetta, si potrebbe dedurre che sia stata la garanzia dell’unità familiare ad aver indotto i giudici italiani a non estendere l’aggiunta del cognome materno a tutti i casi in cui la madre ne avesse fatto richiesta all’atto della nascita del figlio. Ma in altre parti della sentenza gli stessi giudici si sono spesi a favore della maggiore individuazione dell’appartenenza familiare (e dunque dell’unità della famiglia) che la presenza del cognome materno consente, in quanto ricollega il figlio a entrambi i rami del suo ambiente parentale naturale.
Non solo. La sentenza della Corte di Strasburgo del 2014 sul caso Cusan e Fazzo ha smentito la validità del principio secondo cui l’unità familiare dipenderebbe dalla presenza del cognome paterno, specificando che altri sono i parametri cui riferirsi per garantire detta unità.
Su quale altra giustificazione poggerebbe allora la discriminazione introdotta nel 2016 dalla Consulta? Viene scritto in sentenza come un mantra che si vuole non interferire con l’attività legislativa cui spetta di definire la materia con regole specifiche generali. Strano modo di considerare incostituzionale una norma per poi legittimarne ugualmente l’utilizzo in attesa che una legge la cancelli. Ma le cancellazioni di quanto è incostituzionale nelle pratiche e nelle leggi non sono materia specifica dell’azione della Consulta? Non è proprio la Consulta chiamata a eliminarle con le sue valutazioni e sentenze? In questo caso però si è deciso di sottomettere il verdetto pieno sulla costituzionalità o meno di una norma all’attività in fieri di un Parlamento, impegnato a ruminare inutilmente su una proposta che non avrebbe poi visto la luce per fine legislatura. Questo comportamento “prudenziale” è una costante della Corte Costituzionale quando si tratta di cognome materno. Lo abbiamo visto in opera anche nella sentenza sul caso Cusan e Fazzo, ribaltata dalla sentenza di Strasburgo che ha espresso una condanna di tutte le procedure italiane che avevano impedito l’accoglimento di quanto richiesto da quei coniugi (condanna che pertanto si estendeva anche all’operato della Consulta in quel caso specifico).
C’è poi da chiedersi quale sconvolgimento ci sarebbe stato in Italia se la Corte nostrana non avesse preteso di specificare che la modifica era da considerare limitata ai casi di consenso paterno. Cosa sarebbe accaduto negli uffici dell’Anagrafe? Lotte, guerre, fatti di sangue, incremento dei casi di femminicidio? Quale scenario terrificante ha sconvolto l’obiettività di quei giudici al punto da avallare una discriminazione che fa a pugni – questa sì – non solo con la pari dignità dei coniugi sancita dalla nostra carta ma anche con l’art. 14 della CEDU (operativa anche per l’Italia) e col comma 1 dell’art. 21 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, della quale noi facciamo parte?
Semplicemente, ci sarebbero state due circolari ministeriali (la 1 e la 7) del 2017, nelle quali sarebbe stato specificato che, in caso di richiesta apposita, il cognome materno sarebbe stato aggiunto obbligatoriamente al paterno, esattamente come è avvenuto però col limite del consenso del padre. Tutto qua.
Ora, se perfino la Corte Costituzionale si lascia condizionare dalla tradizione maschilista in corso, sottomettendo la donna che conduce una gravidanza e partorisce il figlio al volere del partner che non fa nulla di tutto questo, beh, c’è veramente ancora molta strada da fare perché la dignità della donna sia riconosciuta in questo Paese, il rispetto di genere diventi una realtà consolidata e le donne siano capaci in massa di riconoscersi in altre donne e non politicamente solo in uomini, per effetto del condizionamento instillato in loro alla nascita, tramite un cognome che ha fatto SOLO del padre lo strumento di formazione dell’identità personale e di riconoscibilità sociale del soggetto.
CONVENZIONE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO
Articolo 14 - Divieto di discriminazione
Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione.
CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL'UNIONE EUROPEA
Articolo 21 - Non discriminazione
1. È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali.
Forse sarebbe il caso di cambiare la dizione di “Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo”, alla francese, per Convenzione Europea dei Diritti Umani, alla maniera inglese e spagnola, perché c’è il fondato sospetto che persino gli organi apparentemente più asettici del nostro sistema giurisdizionale (e non solo) possano venire influenzati inconsciamente da un’intitolazione che pretende di assorbire nell’Uomo anche la Donna. Esiste una petizione al riguardo (link).
Per la Petizione Disposizioni sul Nome della persona e sul Cognome dei coniugi e dei figli, Alla Presidente del Senato, al Presidente della Camera, a Senatori e Deputati della XVIII Legislatura e ai Segretari delle Formazioni politiche, contenente una NUOVA PROPOSTA per una Legge sul Cognome, invece il link è un altro: eccolo.
25-30.03.2018
© Iole Natoli