giovedì 28 gennaio 2016

Dal COGNOME MATERNO ancora quasi dovunque assente alla prassi dell’UTERO IN AFFITTO


Le trame sotterranee della Storia
di Iole Natoli *
da una nota pubblicata il 29.12.2015 su Facebook


Crossing-Over ©IoleNatoli, 1984
Oggi ho dato ancora uno sguardo alla recente petizione su Change.org di Snoq Libere (link), nata a seguito della mobilitazione prevista per il 2 febbraio presso il Parlamento francese,  di cui ha informato la femminista Sylviane Agacinski (link). In precedenza non avevo fatto caso al titolo: “No all'utero in affitto: riprendiamoci la maternità!”

Certamente. D’accordo. Come dichiarazione è bellissima; come azione non so quanto serva, perché l’Europa non è avulsa da un mondo nel quale ormai questa pratica è diffusa.
In ogni caso, trovo che il lungo e ingiustificato silenzio sulla maternità, adesso, “grazie” a questo fenomeno, è andato in frantumi. Finalmente.
Di un’intervista in cui Lea Melandri si esprime sul tema (link), ho apprezzato in particolare questo brano:
«Provocatoriamente, lo chiamerei proprio “utero in affitto”, per sottolineare che restiamo nella concezione più antica del corpo della madre come “contenitore”, dimora, luogo di passaggio, e non come l’esperienza di una singolare unità a due, che segna la vita della donna come dell’essere che cresce dentro di lei, e che si può ipotizzare all’origine della differenziazione che abbiamo ereditato tra l’identità di un sesso e dell’altro».
Giusto. Come ho commentato già altrove, mi chiedo però come mai per tanti anni non si sia colto il nesso tra questa antica concezione del corpo come contenitore e la questione del cognome della donna assente da quello dei figli, come mai si sia considerata irrilevante la percezione di questa SCISSIONE SIMBOLICA dell'unità madre-bambino e come mai ci si meravigli tanto di quel che accade oggi, visto che anche nei paesi dove si è già rimediato in qualche modo a questo assurdo biologico, approntando una legge, si è cercato soprattutto di garantire una parità dell'uomo rispetto alla donna, un’uguaglianza che di fatto non c’è, disconoscendo ottusamente in tal modo proprio quella unità fondamentale, che oggi vediamo sfuggire ignobilmente.
Ecco perché il problema non sta nel considerare se nel nostro nucleo familiare il padre dei nostri figli o figlie sia degno o no di dare loro il suo nome, come sento qualche volta affermare. Il problema è molto più profondo. È strutturale (link), riguarda il fatto che una scissione simbolica non è mai indolore, nasconde una pretesa diversa, le prepara e semplifica la strada. Nasconde la negazione dell’unità madre-bambino/a, a cui oggi dobbiamo la prassi rivoltante e diffusa della concreta scissione del bimbo o della bimba dalla madre, mediante la parcellizzazione (a pagamento) del corpo una volta unitario della donna.

29.12.2015
© Iole Natoli
(link) ideatrice del primo progetto italiano di doppio cognome per i figli (1979)
e fautrice dell’abolizione del 143-bis c.c. (cognome coniugale per la donna)

Vai anche a "Il precedente storico dell'utero in affitto" (link)



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